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venerdì 26 settembre 2014

26 settembre 1959, assassinato Solomon Bandaranaike

Il 26 settembre 1959, a Colombo, nell'allora Ceylon (oggi Sri Lanka), moriva, dopo 6 ore di intervento chirurgico e 22 ore dopo esser stato sparato, il Primo Ministro (eletto nel 1956) Solomon Bandaranaike.


Il 25 settembre, il Primo Ministro Bandaranaike stava smaltendo i suoi quotidiani appuntamenti nella sua casa, quando un monaco buddista, il venerabile Talduwe Somarama, che attendeva il suo turno per parlare con il capo del governo, estrasse una pistola ed esplose 4 colpi ravvicinati all'addome e al petto di Bandaranaike.

La versione ufficiale dei fatti, fu una "vendetta" del clero buddista (con cui il partito di Bandaranaike si era alleato durante le elezioni del 1956) per aver tradito la loro causa non fornendo il necessario supporto economico. L'assassino infatti, per tale ragione, fu condannato a morte e giustiziato il 6 luglio 1962.

Naturalmente non mancano ipotesi alternative che coinvolgono gli assetti geopolitici dell'area. Bandaranaike, uomo di sinistra, non era certo ben visto in quell'epoca e in quell'area geografica.

La morte di Solomon diede vita ad una dinastia politica familiare femminile. Infatti, pochi mesi dopo, il 21 luglio 1960 la vedova Sirimavo Bandaranaike divenne il Primo Ministro dell'isola (fu anche la prima donna al mondo a farlo). Fu tre volte Primo Ministro (1960-65, 1970-1977 e 1994-2000) fino alla sua morte avvenuta nel 2000. Dal 1994 la figlia di Solomon e Sitrimavo, Chandrika Kumaratunga, divenna Presidente dello Sri Lanka (lo fu fino al 2005). Dal 1994 al 2000, per sei, anni, il paese fu retto da due donne (cosa già molto rara nel mondo), le quali erano madre e figlia (cosa unica).

La vita di Salomon Bandaranaike, fu l'ennesimo tributo che una certa politica, al tempo progressista e di sinistra, pagò al mondo.

Il 26 settembre avvenne anche:

giovedì 17 luglio 2014

17 luglio 1918, giustiziato l'ultimo zar di Russia

« Ammettiamo pure che in questo caso siano state violate molte regole del processo borghese e non sia stato rispettato il tradizionale cerimoniale che nella storia è sempre stato riservato all'esecuzione delle teste coronate. Ma il potere degli operai e dei contadini ha manifestato un eccezionale spirito democratico. Non è stata fatta eccezione per l'assassino di tutte le Russie, che è stato giustiziato al pari di un qualsiasi brigante. Nicola il sanguinario non c'è più. E a buon diritto operai e contadini possono dire ai loro nemici: «Avevate scommesso sulla corona imperiale? Essa è perduta, raccogliete in cambio una testa coronata vuota!».

Con queste parole il 20 luglio, tre giorni dopo l'esecuzione avvenuta a Ekaterinburg il 17 luglio 1918, un giornale locale annunciava l'avvenuta esecuzione di  Nicola II Romanov, ultimo imperatore di Russia (figlio di Alessandro III e di Dagmar di Danimarca), salito al trono nel 1896.


Quel giorno fu giustiziata l'intera famiglia reale: oltre a Nicola II, la moglie, 5 figli, la dama di compagnia, il medico, il cuoco e l'inserviente. I loro corpi vengono sciolti in acido e sepolti in modo da non renderli riconoscibili.
Nicola II aveva abdicato il 15 marzo 1917 in favore del fratello Michail (in realtà mai riconosciuto) e due giorni dopo era stato arrestato. Dopo la Rivoluzione d'Ottobre l'ex famiglia reale fu affidata alla custodia del Soviet di Ekaterinburg. Gli storici sostengono una dura lotta circa le sorti dei prigionieri, da Mosca Lenin voleva un processo pubblico, mentre le ali più estremiste del Soviet locale voleva l'immediata esecuzione. Il Comitato Centrale tentò anche di prelevare i prigionieri, ma fu bloccato e l'imminente avanzata Cecoslovacca costrinse a stringere i tempi.

I resti dei loro corpi furono ritrovati nel 1990 e a seguito di complesse indagini genetiche furono identificati. Nicola II e la sua famiglia furono riabilitati nel 2008. Secondo molti Nicola II ha pagato scelte compiute da altri e da lui subite.

martedì 20 maggio 2014

20 maggio 1999: l'omicidio di Massimo D'Antona

"Il giorno 20 maggio 1999, a Roma, le Brigate Rosse per la Costruzione del Partito Combattente hanno colpito Massimo D'Antona, consigliere legislativo del Ministro del Lavoro Bassolino e rappresentante dell'Esecutivo al tavolo permanente del "Patto per l'occupazione e lo sviluppo". Con questa offensiva le Brigate Rosse per la Costruzione del partito Comunista combattente, riprendono l'iniziativa combattente, intervenendo nei nodi centrali dello scontro per lo sviluppo della guerra di classe di lunga durata, per la conquista del potere politico e l'instaurazione della dittatura del proletariato, portando l'attacco al progetto politico neo-corporativo del "Patto per l'occupazione e lo sviluppo", quale aspetto centrale nella contraddizione classe/Stato, perno su cui l'equilibrio politico dominante intende procedere nell'attuazione di un processo di complessiva ristrutturazione e riforma economico-sociale, di riadeguamento delle forme del dominio statuale, base politica interna del rinnovato ruolo dell'Italia nelle politiche centrali dell'imperialismo."

Con queste parole (il documento di rivendicazione è composto da 14 pagine), deliranti e solo a tratti ricordanti quelle delle Brigate Rosse degli anni '70, fu rivendicato l'assassinio di Massimo D'Antona avvenuto intorno alle 8 del mattino a Roma il 20 maggio 1999.

Massimo D'Antona, 53 anni, giurista e docente universitario, era consulente delll'allora Ministro del Lavoro, Antonio Bassolino. Si occupava in particolare di articolo 18 e delle normative sulla reintegrazione sul posto di lavoro. Secondo alcuni troppo dalla parte del datore di lavoro.

L'omicidio di D'Antona, avveniva dopo 11 anni dall'ultimo "assassinio politico", rivendicato dalle Brigate Rosse, quando il 16 aprile 1988 fu ucciso a Forlì, il senatore democristiano Roberto Ruffilli.

Grazie al pentimento di Cinzia Banelli (arrestata nel 2003 e pentitasi nel 2004) a sparare 9 colpi di pistola fu Mario Galasi (a suo volta ucciso il 2 marzo 2003 in un conflitto a fuoco nel treno Roma- Firenze, dove perse la vita anche l'agente Emanuele Petri). A fianco a lui, durante l'omicidio D'Antona (e poi quello di Biagi nel 2002) così come durante la sua morte, la terrorista Nadia Desdemona Lioce.

Quelle delle "nuove" Brigate Rosse, fu un tentativo, drammatico, di riaprire una stagione, quella della lotta armata, che molti ritenevano chiusa - seppure ancora oggi avvolta in mille misteri -  per sempre


lunedì 12 maggio 2014

12 maggio 1977: l'assassinio di Giorgiana Masi

Quel 12 maggio del 1977, Giorgiana Masi aveva 19 anni e frequentava il quinto anno del Liceo "Pasteur" di Roma. Verso le 20.00 si trovava nella manifestazione indetta dal Partito Radicale per celebrare il terzo anniversario della vittoria del referendum sul divorzio e per raccogliere le firme per la nuova campagna referendaria.
La manifestazione protestava anche contro il divieto, imposto dal Ministro degli Interni Francesco Cossiga, di sospendere tutte le manifestazioni fino al 31 maggio.


Il 1977 è stato una anno caldissimo in Italia. Da una parte ogni manifestazione diventava motivo di aspri scontri e di violenze da ogni parte. Erano già stati parecchi i feriti e i morti tra i manifestanti e tra le forze dell'ordine. Si era anche, bisogna dirlo, nel pieno di quella "strategia della tensione" che aveva l'obiettivo di creare panico e paura e indurre il governo e la polizia a decretare una "stato di emergenza" riducendo così i diritti civili. Si era all'interno dell'ignobile storia italiana di depistaggi e false prove nei processi per le stragi, attuata dai nostri servizi segreti e da anime oscure. Il 18 gennaio era iniziato a Catanzaro il quarto processo per la Strage di Piazza Fontana, mentre a Torino il 27 aprile in occasione della ripresa del primo processo al nucleo storico delle Brigate Rosse, era stato ucciso il Presidente dell'Ordine degli avvocati, Fulvio Croce.

E' in questo clima, che una pallottola (esplosa verosimilmente da agenti in borghese o da infiltrati con lo scopo di far crescere la tensione) colpì all'addome la povera Giorgiana. I tentativi di salvarla furono inutili. A soli 19 anni morì in una corsia di ospedale.Negli scontri furono feriti anche un carabiniere, Francesco Ruggeri e un'altra ragazza Elena Ascione.

Il Ministro degli Interni Francesco Cossiga si apprestò subito ad escludere che a sparare fosse stata la polizia (vi sono fotografie in cui si vedono uomini dello stato in borghese, impugnare pistole dello stesso calibro di quella che uccise la Masi), salvo poi nel 2007 dichiarare "sono uno delle cinque persone che conosce l'assassino di Giorgiana Masi".

Nel 1981 il giudice incaricato delle indagini dovette arrendersi all'evidenza di non poter procedere non avendo nessuno da incriminare.

La storia della Masi, proprio a seguito delle dichiarazioni di Cossiga, non è conclusa. Da più parti si chiede una riapertura delle indagini e una commissione parlamentare d'inchiesta.

A quasi 40 anni di distanza, la verità è ancora lontana.

lunedì 5 maggio 2014

5 maggio 1981: Bobby Sands



Era il 5 maggio 1981, quando Robert Gerard Sands, conosciuto più semplicemente come Bobby, morì nel carcere di Long Kesh dopo 66 giorni di sciopero della fame.
Bobby, che era un attivista dell'IRA (Irish Repubblican Army), movimento che lottava per l'indipendenza dell'Irlanda del Nord. Era stato arrestato nel 1973 per possesso di armi (rimase in carcere due anni senza processo). Fu riarrestato nel 1976, perchè sospettato di un'azione da cui poi venne prosciolto. Aveva 27 anni quando morì.


La lotta di Bobby Sands era contro il regime carcerario con cui erano detenuti i repubblicani dell'IRA, a seguito dell'abolizione dello Special Category Status, entrato in vigore nel 1972 e che garantiva il riconoscimento, ai separatisti dell'IRA, uno status di detenuti politici e non di comuni criminali.  

Il 9 aprile 1981, quando già scioperava da oltre un mese, Robert Gerard Sands era stato eletto membro della Camera dei Comuni (deputato) del Regno Unito, ma nemmeno questo evitò la sua morte.

L'allora primo ministro Margaret Thatcher, la lady di ferro, negò qualsiasi negoziato e alla sua morte commentò con disprezzo "era un criminale" e che "i carcerati non hanno nessun diritto di essere ascoltati".

Bobby Sands diventò un simbolo internazionale della lotta politica, del coraggio e della libertà.

Il sito dedicato a Bobby Sands

lunedì 28 aprile 2014

28 aprile 1945, giustiziato Benito Mussolini

La fine di Benito Mussolini è ancora oggi oggetto di discussioni storiche e politiche. Perfino l'esatta successione dei fatti, riguardanti le ultime ore del dittatore fascista, sono unanimamente ricostruite.
Quel che è certo è, che la decisione di fucilare Mussolini, assunta dal Comitato di Liberazione Nazionale, fu il frutto di valutazioni che devono essere circostanziate e inserite in quel contesto storico.


Se da un lato si voleva evitare un processo sotto la guida degli alleati, che avrebbe inevitabilmente fatto emergere complicità e collaborazioni con il fascismo di molti all'interno dell'apparato dello stato e non solo, da un altro punto di vista vi era la necessità di dichiarare finito, in modo definitivo, un ventennio che aveva portato l'Italia alla rovina e alla guerra.

Mussolini, assieme alla compagna Claretta Petacci, fuggì da Milano il 25 aprile 1945, e fu catturato due giorni dopo a Dongo, sul Lago di Como.  Portato a Giuliano di Mezzegra, fu fucilato, assieme alla Petacci, il 28 aprile 1945.

Il corpo fui poi trasportato a Milano ed esposto, assieme a quelli di altri gerarchi fascisti uccisi, in Piazzale Loreto (il luogo fu scelto perchè lì, il 10 agosto 1944, furono uccisi 15 partigiani). La folla si riversò nella piazza inveendo contro i corpi, fu allora deciso di appenderli, a testa in giù, ad una pensilina di un distributore della Esso.

Finì così la vita di un uomo che con le sue azioni, dopo aver diffuso il terrore nel paese, lo consegnò nelle mani dell'invasore tedesco.

giovedì 13 marzo 2014

13 marzo 1881, assassinato lo zar Alessandro II

Sono le 14.00 del 13 marzo 1881 a San Pietroburgo, quando lo zar Alessandro II rientra a Palazzo d'Inverno con la sua carrozza, dopo aver svolto la sua pratica di equitazione. Una bomba esplode al suo passaggio, lasciandolo illeso. L'imperatore, sceso dalla carrozza e soccorsi i feriti, viene colpito da una seconda esplosione che lo uccide sul colpo. Il bilancio complessivo dell'attentato furono 3 vittime e 20 feriti. 


Finì così l'esistenza di Aleksandr Nikolaevic Romanov, nato nel 1818, figlio dello Zar Nicola I a cui successe il 2 marzo 1855. Nei suoi quasi 30 anni di regno, lo zar fu ricordato anche per la legge che emancipò, nel 1861, i servi della globa.

Ad uccidere l'imperatore fu un gruppo anti-zarista chiamato Norodnaja Volja (Volontà del popolo), nato nel 1879, e secondo gli storici embrione del pensiero anarchico russo e più in generale dei movimenti rivoluzionari. A guidare il gruppo - oltre agli autori materiali - erano di fatto due donne Sofia Perovskaya (che fu condannata a morte e giustiziata il 15 aprile 1881) e Vera Figner (che fu arrestata nel 1983, condannata a morte con pena commutata in ergastolo e amnistiata nel 1905).

L'assassinio dello zar, contrariamente alle aspettative degli autori, non generò un diffuso fervore rivoluzionario e l'abbattimento dell'autorità reale, bensì l'ultima difesa popolare della dinastia.
Del resto sarebbe anche riduttivo ridurre i moti anti-zaristi ad un manipolo di facinorosi. Il pensiero che si sviluppò attorno agli ambienti anarchici russi, influenzò in modo determinante le idee rivoluzionarie che dalla Russia si estesero verso il mondo intero a partire della fine del 1800.

nello stesso giorno avvenne anche:
- 13 marzo 1954 - Inizia la battaglia di Dien Bien Phu

mercoledì 15 gennaio 2014

15 gennaio 1919: la fine di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht

Il 15 gennaio 1919, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, due rivoluzionari socialisti tedeschi furono rapiti dalle milizie volontarie dei Freikorps, assieme ai corpi speciali tedeschi, condotti all'Hotel Adlon di Berlino, torturati e assassinati. I loro corpi furono gettati in un canale e ritrovati mesi dopo.

Finiva così la vita di due rivoluzionari, socialisti e marxisti, teorici dell'anti-militarismo di inizio secolo, che avevano pensato, studiato e lottato per un mondo diverso e i cui destini si erano incrociati.

Liebknecht, avvocato rivoluzionario, aveva aderito al partito Socialidemocratico Tedesco (di cui era stato anche deputato) rappresentandone l'ala di sinistra e anti-militarista (si era apertamente scontrato contro l'intervento tedesco nella prima guerra mondiale).
La Luxemburg, di origine polacca (il suo vero nome era Rozalia Luksenburg) era una filosofa, teorica del socialismo rivoluzionario che dopo aver aderito al partito Socialdemocratico, contribuì alla nascita del Partito Comunista. Rappresentò l'anima pacifista del socialismo e insieme a Liebknecht costituì nel 1915 la Lega Spartachista, un movimento rivoluzionario socialista che nel gennaio 1919 si sollevò contro il governo socialdemocratico tedesco.

Entrambi nel corso della loro vita furono più volte arrestati (e condannati) per le loro idee. Hanno lasciato un ricco patrimonio di scritti, critiche e analisi che hanno accompagnato sul piano teorico le idee rivoluzionarie del mondo intero e la nascita del comunismo europeo.

La sollevazione del gennaio 1919, fu la loro condanna a morte. Entrambi avevano 48 anni.

Rosa Luxemburg fu tra le prime donne ad essere uccisa per le sue idee rivoluzionarie.

Ecco un blog dedicato alla vita di Rosa Luxemburg
Ecco una completa biografia di Rosa Luxemburg

Il 15 gennaio è successo anche:


lunedì 25 novembre 2013

25 novembre 1960, assassinate le sorelle Mirabal

Il 25 novembre, a partire dal 1999, si celebra la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, voluta dalle Nazioni Unite.
Non tutti sanno l'origine di questa scelta. 
Il 25 novembre 1960, nella Repubblica Domenicana, furono assassinate le sorelle Mirabal, appartenenti al "Movimento Democratico 14 giugno" e oppositrici, sin dagli anni '50, del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. La dittatura di Trujillo (1930-1961) fu tra le più sanguinose del Centroamerica. Inoltre il dittatore aveva accumulato una fortuna in beni sequestrati alla popolazione (tra cui quelli della famiglia Mirabal).


Le sorelle Mirabal (Patria, 36 anni, Maria Argentina Minerva, 34 anni e Antonia Maria Teresa, 24 anni), simbolo della lotta contro la dittatura di Trujillo, da poco rilasciate dal carcere, furono attratte con un inganno (i loro mariti in carcere trasferiti in altro penitenziario) in una strada isolato. La loro auto, guidata dall'autista (Rufino de la Cruz), fu intercettata da uomini dei servizi segreti e gli occupanti furono uccisi a bastonate, dopo essere state torturate in un canneto, su ordine preciso di Trujillo. L'auto poi venne gettata in un dirupo per simularne un incidente.

L'assassinio, lo sdegno dell'opinione pubblica e l'impegno dell'unica sorella sopravvissuta (Belgica Adele, morta nel 2014), portarono all'abbandono da parte degli americani di Trujillo, che venne poi assassinato il 30 maggio 1961 mettendo fine alla lunga dittatura.


venerdì 22 novembre 2013

22 novembre 1963, l'assassinio di John F. Kennedy

Sono le 12.30 del 22 novembre 1963 a Dallas, nel Texas, quando il Presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy (in carica dal 20 gennaio 1961), percorre, tra la folla festosa, la Dealay Plaza. Sulla limousine presidenziale assieme a lui la moglie Jaqueline, il governatore Connally e sua moglie. Kennedy aveva 46 anni. Il filmato dell'omicidio, ripreso da un cineoperatore amatoriale sarà reso pubblico solo 12 anni dopo.


Per l'America e per il mondo intero è un trauma. Viene subito arrestato un ex operaio e militare, tale Lee Harvey Oswald, da molti ritenuto psicolabile, che si proclama innocente. La mattina del 24 novembre, a nemmeno 48 ore dall'assassinio del Presidente, Oswald è ucciso, tra i giornalisti, mentre viene tradotto in carcere, da un'altro squilibrato, tale Jack Ruby, gestore di un night-club che dichiara di averlo fatto per il paese (Ruby morirà in carcere tre anni dopo per un tumore ai polmoni).

Per molto tempo gli americani hanno accettato questa semplice ricostruzione. Poi, qualcosa non quadrava. Più colpi sparati, l'assassinio dell'assassino, gli interessi ad eliminare il Presidente.

Forse non sapremo mai cosa accadde quel 22 novembre, ma soprattutto prima e dopo, certo è che gli Stati Uniti, stando alla ricostruzione ufficiale, furono sconfitti da due folli.

Ecco qualche curiosità sull'omicidio Kennedy

martedì 15 ottobre 2013

15 ottobre 1987, l'assassinio di Thomas Sankara


"Il sole rosso della stagione delle piogge scende lentamente dietro le palme del complesso detto "l'Intese" a Ouagadougou. Dietro le barriere, un pugno di case bianche, un salone delle conferenze di cemento armato e vetro...... Giovedì15 ottobre 1987,ore 16 e trenta: una colonna di piccole auto - Renault 6 nere - lascia la strada asfaltata, svolta sulla pista di terra rossa, entra nel recinto. Nella sala deve iniziare la sezione straordinaria del Consiglio Nazionale delle rivoluzione del Burkina. I sicari sono appostati nelle prime case, vicino alla barriera d'entrata e nei cespugli che costeggiano il sentiero. Una granata dilania l'auto di testa. Paulin Bamoumi, addetto stampa della presidenza, Frederic Ziembie, consigliere giuridico, sono uccisi sul colpo. Sankara e nove guardie riescono a rifuguarsi nel padiglione più vicino. Appiattiti a terra nel corridoio reagiscono. Ma il padiglione è accerchiato. Una granata viene buttata all'interno. Sankara, ferito dice: "E' inutile. Vogliono me". Si alza. E' sereno. Si dirige verso la porta. Una raffica di Kalashnikov crivella il suo corpo. I sicari assassaltano il padiglione e sparano su tutto ciò che vive. Per molti dei colpiti l'agonia è lunga. Sankara agonizza per più di quaranta minuti nella polvere rossa del sentiero. Il suo sangue si mescola alla terra". Così Jean Ziengler, in La vittoria dei vinti (Edizioni Sonda, 1992) descrive la fine diThomas Sankara e della sua rivoluzione burkinabè.
Su come avvenne l'assassinio di Thomas Sankara vi sono alcune versioni differenti da parte dei testimoni, anche se di poco conto, come qella che dice che fu ucciso appena uscito dall'auto (e non dopo essersi rifugiato nel padiglione), al grido del capo delle guardie "Uccidetelo!". La cosa che invece, a oltre 23 anni dall'omicidio, si continua a chiedere è giustizia sulla sua morte. Che gli assassini fossero guidati da Blaise Compaore, attuale presidente del Burkina Faso, amico e compagno d'armi di Sankara, legato al padre fondatore della vicina Costa d'Avorio Felix Houphouet Boigny (che aveva definito Sankara il "figlio ribelle"), con la complicità di servizi e potenze straniere, sembra cosa certa. Vi posto questo breve video tratto dalla trasmissione televisiva Ombre africane di Silvestro Montanaro in cui alcuni protagonisti - legati al criminale di guerra Charles Taylor, ricostruiscono una versione (che ovviamente non è oro colato) sull'omicidio di Sankara.



Proprio perchè la verità è complessa, da tempo il sito Thomas Sankara Net(che contiene tra l'altro un grande raccolta di testimonianze, articoli e materiali multimediali sulla figura di Sankara) ha aperto una campagna per chiedere giustizia internazionale (come si è fatto per molte altre situazioni che hanno interessato l'Africa) sulla morte di Thomas Sankara.
Vi segnalo anche il gruppo Facebook di Patrizia Donadello "Giustizia per Thomas Sankara", legato alla stessa campagna.

L'assassinio di Thomas Sankara (nella foto la sua tomba) è stata una tragedia per l'intera Africa.Ma pensate che un uomo, un capo di stato, un giovane militare, un presidente che stava ottenendo ottimi risultati sul piano sociale, che ebbe il coraggio di dire al mondo "Ci hanno prestato i soldi gli stessi che ci hanno colonizzato. Il debito non è che neocolonialismo ed è controllato dall'imperialismo. Dopo essere stati schiavi, siamo ora schiavi finanziari. Se non paghiamo, i creditori non moriranno di certo. Ma se paghiamo, moriremo noi. Dobbiamo avere il coraggio di dire soltanto: siete voi ad avere ancora dei debiti, tutto il sangue preso all'Africa", poteva rimanere vivo negli anni '80?
Conoscere la verità è oggi una giusta richiesta.

Vi segnalo - per chi vuole approfondire la storia di Sankara - l'ottimo lavoro di Carlo Batà "L'Africa di Thomas Sankara".

Vai alle altre Date storiche per l'Africa su Sancara

dal blog Sancara

mercoledì 9 ottobre 2013

9 ottobre 1967, la fine di Ernesto "Che" Guevara

Il 9 ottobre 1967, in uno sperduto villaggio delle Ande boliviane, La Higuera, finiva a 39 anni la vita di Ernesto Guevara de la Serna, per tutti "El Che". Ferito il giorno prima in uno scontro a fuoco, lasciato agonizzante, mutilato delle mani, fu poi sepolto in un luogo segreto. I suoi resti furono ritrovati solo nel 1997.


Finiva così la vita del rivoluzionario più conosciuto del mondo, destinato a diventare un mito e un simbolo internazionale.

Argentino di Rosario, medico laureato a Buenos Aires nel 1953, Ernesto aveva viaggiato in lungo e in largo per l'America Latina, venendo a contatto con molte delle realtà legate alle condizioni dei contadini sudamericani, che avrebbero caratterizzato il suo pensiero futuro e le sue azioni. 

Dopo essere stato in Guatemala, El Salvador e in Messico, Guevara fu uno degli artefici della rivoluzione cubana che portò nel 1959 Fidel Castro a prendere il potere a Cuba. Fu Ministro della Giustizia di Castro.
Nel 1965, lasciò Cuba e sparì per qualche anno. Si seppe dopo che era stato nell'Ex Congo Belga, attuale Repubblica Democratica del Congo, ad organizzare la ribellione contro Mobutu.
Ritornò, tra la fine del 1966 e il 1967 in Sud America, combattendo in Bolivia.

La storia di Che Guevara è diventata un simbolo della rivoluzione, della coerenza umana e del sacrificio fino alla morte. La storia di un'idealista, di chi ha creduto e combattuto per un mondo diverso. Come per tutti i miti, spesso si finisce per essere acritici o per non vedere errori e distorsioni. Di contro in molti tentano di distruggere il mito.

E' innegabile che il pensiero di Che Guevara (ritrovabile in molti suoi scritti), le sue azioni e la sua tenacia, appartengono ad un uomo, appunto un uomo, che ha anteposto un'idea alla sua vita, fino al punto di sacrificarla.

Ecco una completa biografia di Che Guevara

martedì 17 settembre 2013

17 settembre 1980, assassinato Anastasio Somoza

Il 17 settembre 1980, un commando di sette persone (4 uomini e tre donne) uccise ad Assuncion, in Paraguay, Anastasio Somoza Debayle, l'ultimo membro della dinastia dei Somoza, che dal 1936 al 1979 aveva guidato, con il pugno di ferro, il Nicaragua.


L'ultimo Somoza era stato costretto alla fuga il 17 luglio 1979 dalla rivoluzione sandinista e dopo aver tentato di fuggire negli Stati Uniti (l'allora presidente Carter gli negò l'esilio dopo che aveva tolto gli aiuti al regime), si era rivolto al dittatore e amico Alfredo Stroessner, che lo accolse volentieri in Paraguay.

Anastasio Somoza, già membro del governo a partire del 1956 (dopo l'assassinio del padre) aveva ufficialmente retto il paese da Presidente dal 1967 al 1972 e dal 1974 al 1979. Di fatto, in quanto capo della Guardia Nazionale, aveva comandato ininterrottamente dal 1967 (dopo la morte del fratello Luis).

Autore di una feroce repressione nei confronti dell'opposizione (tutte le forze politiche erano state dichiarate illegali), il giovane Somoza (era nato nel 1925), si distinse per il suo amore per la bella vita (e le belle donne) e per aver intascato quasi tutti gli aiuti umanitari che erano confluiti nel paese dopo il terremoto del 1972.

Il suo assassinio, che il commando guidato dal rivoluzionario argentino Enrique Gorriaran Merlo (Ramon), chiamò "Operazione Rettile", avvenne con un assalto militare in piena regola. Solo un membro del gruppo di fuoco, Hugo Irurzun (Comandante Santiago), fu catturato e giustiziato. Egli disse che "non era tollerabile lasciare che un miliardario playboy se la spassasse mentre milioni di persone morivano di fame in America Latina". Il patrimonio stimato della famiglia Somoza era all'epoca tra i 2 e i 4 miliardi di dollari di cui un miliardo quello personale di Anastasio. Il patrimonio era frutto gran parte della corruzione, del furto e della posizione economica di privilegio in Nicaragua.

mercoledì 11 settembre 2013

11 settembre 1973, la fine di Salvador Allende

Dopo il 2001 l'11 settembre ha, nell'immaginario collettivo, un unico significato: le Torri Gemelle. Prima di allora, la stessa data, riferita al 1973, era ugualmente un simbolo, che ha avuto un enorme influenza nella storia del nostro mondo.

L'11 settembre 1973 infatti, l'esercito cileno, agli ordini del suo comandante, il generale Augusto Pinochet, assalto il palazzo presidenziale (Palacio de la Moneda) dove era rinchiuso il presidente socialista Salvador Allende,
Allende, che era stato eletto nel 1970, non era un uomo gradito in America Latina e soprattutto agli americani. Un socialista vicino casa, che stringeva allenza con l'odiato Fidel Castro, non solo non era ammissibile, ma andava eliminato quanto prima.

Quel giorno Pinochet usò tutti i mezzi possibili: il bombardamento aereo, l'assedio e la repressione di chiunque provava a difendere il governo eletto.
Dopo ore di assedio, Salvador Allende uscì morto. Sulla sua morte vi sono varie tesi, tra cui quella, forse più accreditata, di un suo suicidio (con la sua mitraglietta AK-47) preferito alla morte certa per mano dell'esercito.
immagine simbolo del golpe cileno, Allende con il suo mitra

Quel che accadde dopo appartiene alla triste storia dell'umanità. Oltre 130 mila arresti, migliaia e migliaia di "scomparsi" (desaparesidos), che solo molti anni dopo si è scoperto essere stati gettati vivi in mare da aerei militari e una fuga di intellettuali dal Cile che creò una vera e propria diaspora.
Si stima che siano stati 30 mila i morti della dittatura e 600 mila le persone torturate.
Il colpo di stato in Cile ebbe un'enorme influenza nel mondo. Da un lato gli americani (è appurata la partecipazione diretta della CIA al golpe) comunicarono al mondo che non avrebbero più tollerato governi socialisti (la via democratica del socialismo) vicino casa o nella loro sfera d'influenza (da allora i militari presero potere in tutta l'America Latina), dall'altra il blocco sovietico che inasprì la già grande tensione della Guerra Fredda. Nel mezzo la sinistra, soprattutto quella europea, che appoggiò in tutti i modi le lotte in America Latina e altrove nel mondo.

Gli storici concordano che il golpe cileno sia stato uno dei punti di frattura nel sistema mondo.

La questione degli anni della dittatura in Cile è ancora una ferita aperta. Vi linko la pagina di Amnesty International che da sempre si batte per appurarare la verità

martedì 19 marzo 2013

19 marzo 2002, assassinato Marco Biagi


Il 19 marzo 2002, intorno alle 20, Marco Biagi, giuslavorista, docente alla facoltà di Economia di Modena e consulente del Ministro del Lavoro Roberto Maroni, si avvia verso casa in bicicletta. Alle 20.07, giunto sotto casa, un commando di terroristi lo uccide.

L'attentato - che a distanza di tre anni colpisce un'altro esperto di diritto del lavoro e consulente del Ministero del Lavoro, con la stessa arma - è rivendicato (ecco il testo integrale) dalle Nuove Brigate Rosse con uno stile e un linguaggio che molto ricorda quello degli anni '70.
Marco Biagi, 52 anni, lavorava alla riforma del mercato del lavoro (in molti ambienti era considerato come "l'intentore della precarietà" o come colui che stava affossando l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori), aveva già ricevuto minacce di morte, ma solo un mese prima gli era stata revocata la scorta.

A colpirlo fu un commando di cinque persone (due nel gruppo di fuoco) che anni anni dopo è stato identicato in Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Simone Boccacani e Diana Blefari Melazzi ( quest'ultima suicida nel 2009 in carcere).

Naturalmente attorno all'omicidio Biagi non sono mancate polemiche (come quelle sul suo ruolo e sulla sua scorta), gaffe (come quelle che hanno costretto alle dimissioni il Ministro Scajola), accuse ingiuriose (come quella alla CGIL accusata di essere il mandante dell'omicidio) o misteri (come il finto suicidio del consulente che indagava sul fatto, Michele Landi). Insomma così come le modalità dell'attentato sono state simili al passato, così pure l'inchiesta e la risposta dello Stato.