martedì 2 ottobre 2018

3 ottobre 2013, una tragedia

Era il 3 ottobre del 2013 quando, non molto lontano da Lampedusa, un peschereccio di una ventina di metri salpato dal porto libico di Misurata e con a bordo, stipati come sardine, migrati tutti provenienti dall'Eritrea, fatta eccezione per 6 etiopi, naufragò.


Disperati, che avevano percorso a piedi o con mezzi di fortuna, quasi tutta l'Africa, in condizioni inumane. Avevano sopportato ogni genere di sopruso ed erano, dopo 2 giorni di navigazione, solo a mezzo miglio da quello che per lo rappresentava un sogno: l'Europa. 
Non l'Italia, sia chiaro. Quasi tutti avrebbero tentato di andare ancora più a nord.
Quando i motori si bloccarono, alle 6 e 40 del mattino, non molto distante dalla costa, per attirare l'attenzione delle navi di passaggio l'assistente del capitano accende uno straccio che produsse molto fumo. Si scatenò il panico, molti si spostarono su di un lato dell'imbarcazione e la barca si rovesciò. Rullò tre volte su se stessa e colò a picco. L'imbarcazione si depositò a 46 metri di profondità.

Ufficialmente muoiono quel giorno 368 persone affogate, altre 20 risultano disperse e 155 vengono tratte in salvo quasi esclusivamente da pescherecci e barche private.  La guardia costiera, nonostante la vicinanza, giunge ben un'ora dopo il naufragio.
Tra i morti anche 89 donne e 9 bambini.

Quella mattina, poche ore dopo la tragedia, scrissi sul mio blog Sancara questo post (http://www.sancara.org/2013/10/ora-basta-la-colpa-e-nostra.html) intitolato Ora basta! La colpa è nostra

Ve lo ripropongo, perché a pensarci bene, nulla, purtroppo è cambiato.

L'ennesima strage di disperati. Oggi a Lampedusa, ieri a Scicli e prima ancora nel Canale di Otranto. Disperati, perchè chiamarli immigrati significa dare loro una dignità, che non hanno. La dignità di chi, come fu per noi italiani, pensa di migliorare la propria vita (molti ci riuscirono) lavorando, magari duramente, ove il lavoro non è un miraggio.
Queste persone no. Molte fuggono dalla guerra, dalla miseria, dalla violenza ben sapendo che dove andranno non vi sarà il paradiso, bensì lo sfruttamento, una miseria diversa e spesso anche la morte. Nonostante tutto mettersi nelle mani di banditi, di criminali senza scrupoli spesso protetti, affrontare un viaggio disumano, essere detenuti in quelli che chiamiamo ironicamente "centri di accoglienza" e finire per essere clandestini è ancora meglio che restare.

foto dalla rete
Non vi è giustificazione alcuna per stare a guardare. Quei morti devono urlare, devono destare le coscienze assopite di troppi di noi, distratti dalle beghe giudiziarie di un politico miliardario, dalle liti per accaparrarsi un posto in Parlamento, dall'ultimo infortunio di un calciatore strapagato o dalle bizzarrie di una show-girl capricciosa.

Le responsabilità di questi morti è tutta nostra.

Nostre sono state le politiche coloniali in questi paesi, che li hanno depredati. Nostri sono stati gli appoggi a dittatori e criminali di ogni sorte, che oltre ad arricchire se stessi, hanno sempre fatto i nostri interessi. Nostre sono state le politiche economiche e monetarie che hanno fatto crescere il debito pubblico oltre ogni controllo. Nostre sono le complicità nell'assassinare le poche menti illuminate che potevano cambiare, veramente, le sorti di quei paesi. Nostri sono i capitali delle multinazionali che sfruttano il sottosuolo, le risorse e gli uomini in quei paesi. Nostre sono le armi che che tengono in piedi sanguinosi conflitti. Nostre sono state le politiche delle sviluppo, che hanno prodotto di tutto fuorchè un miglioramento della vita reale della gente. Nostra è quella Comunità Internazionale, incapace di prevenire o gestire le crisi che continuamente si ripetono. Nostri sono i soldi sporchi del sangue di donne, uomini e bambini versato per soddisfare i nostri capricci. Nostri sono gli uomini che comprano minuti di piacere da giovani prostitute sfruttate dal racket della tratta di essere umani. Nostre sono le politiche sull'immigrazione fatte con i piedi e non con la testa.  Nostre sono le responsabilità quando non ci indignamo con forza a fronte di dichiarazioni razziste e xenofobe.

Queste morti, ha ragione Papa Francesco, sono una vergogna. Una vergogna per tutti noi, sono un pugno allo stomaco, sono il frutto della nostra inazione, del nostro torpore.
Abbiamo permesso per troppi anni che le politiche sull'immigrazione fossero centrate solo sul contenimento. Come se fosse possibile fermare l'acqua con un sacchetto di sabbia. Abbiamo ignorato che la Somalia è da 20 anni senza un governo, che in Etiopia ed Eritrea si muore di fame, che nella Repubblica Democratica del Congo vengono stuprate migliaia di donne al giorno, che in Nigeria a causa del "nostro" petrolio abbiamo distrutto un ecosistema unico al mondo, che in Siria prima ancora che per il gas, la gente moriva per una guerra sanguinosa, che in Libia dopo le bombe serviva dell'altro o che il Sahel non ha più acqua.

,Provate a chiudere gli occhi. Immaginatevi si essere da giorni in un barcone affollato, come quello della foto, dove perfino respirare è difficile. Immaginate di essere quasi a terra e che qualcuno vi spinga in acqua. Voi non sapete nuotare. Eppure vi spingono, perchè la vostra vita valeva qualcosa solo prima del viaggio.
Questo accade, ogni giorno. Questo accadeva agli schiavi secoli fa, durante la tratta, in più vi erano solo le catene.

Ora immaginate che sulla barca vi siano i vostri figli, i vostri mariti, le vostre mogli e che il colore della pelle non sia nera, ma bianca. Cambierebbe qualcosa?

mercoledì 1 agosto 2018

2 agosto 1944, l'epilogo dello sterminio dei sinti e dei rom

"Il giorno dopo nel campo regnava un silenzio spettrale"

Il 2 agosto 1944 è una data drammatica per le comunità sinti e rom europee. Quel giorno infatti, mentre già si intravedeva la sconfitta tedesca, nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, nella sezione Zigeunlager (il campo degli zingari) venivano uccisi 2.897 donne, uomini e bambini rom e sinti. Tutti i presenti nel "campo zingaro" vennero gasati e i loro corpi bruciati. Le urla dei bambini si mischiavano ai pianti delle donne e degli uomini, che impotenti si avviavano verso il loro crudele destino.


Il genocidio della comunità sinta e rom durante l'olocausto - conosciuta con il nome Porrajmos - è passata sempre in secondo piano rispetto a quello, sicuramente numericamente maggiore, degli ebrei. Non si è mai calcolato con certezza quanti furono gli "zingari" sterminati durante il periodo nazista, sebbene tutti gli storici pongono il numero tra i 500 e 600 mila.
Così come è sempre stato difficile ricordare e commemorare non solo questa data ma l'intero sterminio degli zingari avvenuto in quei tristi anni. 
"Perché loro possono essere fastidiosi, possono puzzare, possono rubare, e quindi… quindi cosa… nemmeno il rispetto…nemmeno il rispetto del dramma, il rispetto per un olocausto dimenticato", scriveva qualcuno centrando pienamente il nocciolo della questione.
Si, perché anche di fronte alla morte, al razzismo dilaniante, alle atrocità non si è uguali al cospetto degli uomini. E forse, oggi, più che ieri, questo fatto dovrebbe farci riflettere, dovrebbe aprire gli occhi a tutte le menti che non si fanno trascinare nel baratro del cinismo umano.

Se qualcuno ha voglia di approfondire vi segnalo, per partire, il sito dell European Roma Rights Centre (ERRC)

Altri avvenimenti del 2 agosto su Giornodopogiorno:

mercoledì 27 dicembre 2017

27 dicembre 2007, uccisa Benazir Bhutto

“L'estremismo può prosperare solo in un ambiente in cui la responsabilità sociale di base del governo verso il benessere del popolo è trascurata. 
Dittatura politica e impotenza sociale creano la disperazione che alimenta l'estremismo religioso. 


L'assassinio dell'ex Primo Ministro pakistano, nonchè Presidente del Partito Popolare Pakistano, Benazir Bhutto, fu un chiaro avvertimento alla società pakistana. Quel 27 dicembre 2007, durante un comizio che la Bhutto stava tenendo a Rawalpindi, a circa trenta chilometri dalla capitale Islamabad, trovarono la morte oltre 20 persone e altre 30 furono ferite.
L'attentato che avveniva durante la campagna elettorale che l'avrebbe forse portata al suo terzo mandato da Primo Ministro.
La storia di Benazir Bhutto, nata a Karachi nel 1953, figlia della borghesia pakistana (il padre, Zulfiqar Ali, era stato Presidente e Primo Ministro, dal 1971 al 1977, ed era stato deposto da un colpo di stato nel 1977 e giustiziato nel 1979), è una storia importante per l'intero pianeta. Quando il 2 dicembre 1988 divenne, la prima volta,  Primo Ministro di uno dei più grandi Paesi mussulmani del mondo, si ritenne che il mondo stava cambiando. A soli 35 anni fu (al tempo) la più giovane Primo Ministro della storia e la prima donna a guidare un paese islamico. Restò al potere meno di 2 anni e fu destituita (con accuse di corruzione). Riusci a riprendersi il posto di Primo Ministro, sempre per volere popolare (elezioni) il 19 ottobre 1993 e rimase per altri 3 anni, ancora una volta fu destituita. Le fu poi impedito di ricandidarsi (fino al 2002 quando fu modificata la Costituzione). La sua famiglia fu sterminata furono uccisi, entrambi in circostanze misteriose o poco chiare, i suoi fratelli Shahanawaz e Murtaza (l'ultimo nel 1996).
Il giorno del suo rientro in Pakistan - il 18 ottobre 2007 - tentarono di ucciderla. L'attentato fallì ma, costò la vita a 138 persone, con oltre 600 feriti. La Bhutto fu arrestata
Il 2 novembre 2007 durante un'intervista alla BBC la Bhutto parlò dell'uomo che aveva assassinato Osama Bin Laden (ufficialmente morto nel 2011). A lungo si tentò di interpretare quella sua frase.

L'attentato fu rivendicato dalle rete talebana afghana, sebbene i servizi segreti pakistani (da sempre vicini ai fondamentalisti ed in particolare ai talebani) non sono mai sembrati esseri immuni da responsabilità.

Certo è che la duplice destituzione della Bhutto e infine la sua morte, fecero un grande piacere all'estremismo islamico e hanno contribuito fortemente a destabilizzare l'intera area.

Ecco alcuni scatti (non per persone impressionabili) dell'attentato alla Bhutto




venerdì 4 agosto 2017

4 agosto 1974: la strage dell'Italicus

Erano le 1.23 quel 4 agosto 1974, quando a San Benedetto val di Sambro, poco distante da Bologna, nel treno espresso 1436 (cosi' si chiamavano allora i treni) Roma-Monaco, nella quinta vettura, esplose una bomba ad alto potenziale. Il treno si trovava alla fine di una lunga (quasi 18 chilometri) galleria (e questa fu una fortuna).


I morti furono 12 (14 anni il più piccolo, 70 il più vecchio), 48 i feriti.
Come tutte le stragi di quel periodo (nell'ordine Piazza Fontana, Piazza della Loggia e poi quella della Stazione di Bologna) a distanza di oltre 40 anni nessuna verità è stata mai confermata.

Nonostante vari processi (dove tutti gli imputati sono stati assolti), molti depistaggi e due opposizioni di segreto di stato, non si hanno certezze.

E' chiaro che:

- furono coinvolti ambienti neofascisti (come oramai chiaro per tutte le stragi del periodo della strategia della tensione);
- la loggia P2 ebbe un ruolo;
- i servizi segreti italiani furono coinvolti.

Come molte storie tristi, anche la strage dell'Italicus, ha il suo eroe. Si chiamava Silver Sirotti, aveva 25 anni, era da 10 mesi stato assunto nelle Ferrovie dello Stato ed è stato uno dei morti della strage. Sirotti che era scampato alla bomba, decide di tornare indietro verso la carrozza dove c'era stato lo scoppio, con un estintore in mano. Alcuni tentano, invano,  di fermarlo. Non si sa con esattezza quante persone contribuì a salvare. Si sa solo che da quella carrozza non tornò mai indietro.

Ecco un approfondimento

giovedì 3 agosto 2017

3 agosto 1981, giustiziato Roberto Peci


Non è facile raccontare i fatti che risalgono ad un periodo storico, non molto lontano, e che appartiene al periodo compreso nella nostra vita. Oltre ai ai documenti e alle fonti, il ricordare l'atmosfera e il contesto in cui i fatti avvenivano, ci pongono in una situazione diversa.
Quel 3 agosto 1981, quando i telegiornali diedero la notizia dell'esecuzione di Roberto Peci, dopo 53 giorni di prigionia in un covo delle Brigate Rosse con 11 colpi di arma da fuoco si ebbe la sensazione che un periodo stava finendo.
53 giorni di prigionia e 11 colpi come Aldo Moro nel 1978.
Roberto Peci aveva 25 anni,  era un operaio ma, soprattutto era il fratello di Patrizio Peci, il primo pentito italiano di terrorismo (e di fatto il primo pentito in assoluto, perchè per giungere al primo pentito di mafia, credibile, bisogna arrivare al 18 luglio1984 quando si pentì Tommaso Buscetta).
Patrizio Peci era un esponente di vertice delle Brigare Rosse ed in particolare della colonna torinese. Fu catturato il 19 febbraio 1980 dagli uomini del generale Dalla Chiesa e poco dopo, iniziò a collaborare con la giustizia.
Il suo pentimento (i compagni lo iniziarono a chiamare l'infame) arrecò un durissimo colpo alle Brigate Rosse. Furono spiccati 93 mandati di cattura (di cui 45 eseguiti), vengono scoperti molti covi dove sono sequestrati armi e documenti), viene arrestato l'avvocato Sergio Spazzali mentre si suicida l'avvocato Edoardo Arnaldi.
Inoltre, grazie alle indicazioni di Peci, i carabinieri fanno irruzione il 28 marzo 1980 nel covo di via Fracchia a Genova. In quell'operazione vengono uccisi tutti i brigati presenti nell'appartamento: Riccardo Dura, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli e Annamaria Ludmann.


Il 10 giugno 1981 il fratello di Patrizio Peci (che aveva inizialmente condiviso la strada della lotta armata) viene rapito a San Benedetto del Tronto e dopo 53 giorni di prigionia e un "processo" viene ucciso.
A farlo è un personaggio ambiguo del terrorismo italiano: Giovanni Senzani. Senzani, criminologo e docente universitario, fu consulente del Ministero di Grazie e Giustizia (il pm fiorentino Baglioni disse "noi e le BR avevamo lo stesso consulente". Aveva frequentazioni con il mondo dei servizi segreti (compresi quelli internazionali) e con la criminalità organizzata (suoi i rapporti con Cutolo durante il rapimento Cirillo). Arrestato la prima volta nel 1979 fu colui che interrogò, filmò e uccise Roberto Peci. Per molti quella similitudine in termine di giorni e numero di colpi con l'omicidio Moro è stato un messaggio inviato a qualcuno. L'omicidio di Roberto fu una tremenda vendetta nei confronti del fratello.
Senzani fu definitivamente arrestato a Roma il 13 gennaio 1982 è stato in carcere fino al 1999 senza mai dissociarsi. Uscito con la condizionale è definitivamente libero dal febbraio 2010.

Il pentimento di Peci diede origine ad una nuova stagione dei pentiti (la legge sui pentiti fu scritta nel 1982) che soprattutto sotto la direzione di Giovanni Falcone nella lotta alla mafia ebbe importati e inaspettati successi.

Naturalmente, come per molte cose accadute in Italia in quel periodo, la verità è parziale. E' un racconto di fatti che si conoscono, dove spesso ragioni e cause sono ancora non del tutto chiare.

 

lunedì 12 giugno 2017

12 giugno 1963: l'assassinio di Medgar Evers

Il nome ed il volto di Medgar Evers a molti dicono poco. Eppure alla sua persona e al suo sacrificio i neri d'America, in particolare, e più in generale l'Umanità, devono molto.
Medgar Wiley Evers era nato a Decatur nel Mississippi il 2 luglio 1925, in un epoca in cui essere nero in America non era una passeggiata. Nonostante questo, combattè sotto la bandiera  a stelle e strisce durante la Seconda Guerra Mondiale in France congedandosi con onore e con il grado di Sergente. Si laureo poi alla Alcorn State University nel 1952.
Iniziò allora la sua militanza politica a favore dei diritti civili dei neri d'America. Ma, il gesto che lo portò ad essere conosciuto da tutti, fu il tentativo di iscrizione alla Mississippi University nel febbraio 1954. L'iscrizione ad una Università dedicata solo ai bianchi fece scalpore e nonostante la sua domanda fosse stata respinta, Evers fece causa all'Università.
Il fatto fu cavalcato dalla National Association for the Advancement of Colored People (NAACP) e portò alla storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che, nel 1954, diede ragione alla NAACP e dichiarò incostituzionale la segregazione razziale.
La lotta di Evers per i diritti civili si intensificò. Sostenne la battaglia che portò nel 1962 la Mississippi University a far iscrivere il primo studente nero (James Meredith).
Partecipò attivamente - travestendosi da raccoglitore di cotone - alla indagini sulla morte di Emmett Till (28 agosto 1955), un ragazzino di 14 anni - torturato e assassinato - da un gruppo di bianchi (picchiato, gli fu tolto un occhio, fu infine sparato, avvolto in un ferro spinato e gettato nel fiume) che vennero tutti assolti da una giuria di bianchi.
Divenne così un leader della lotta dei neri e con il crescere della sua fama cominciarono i problemi. La sua casa fu colpita con una bottiglia molotov il 28 maggio 1963, il 7 giugno fu quasi investito e infine il 12 giugno 1963 fu ucciso a Jackson con un colpo di fucile alla schiena.
Una decina di giorni dopo, un bianco (Byron De la Beckwith), membro del Ku Klux Klan fu arrestato per il suo omicidio. Durante i processi che si tennero due giurie di soli bianchi non trovarono l'accordo e De la Beckwith non fu condannato.
Alla vicenda di Evers furono dedicate canzoni (da Dylan a Nina Simone, da Phil Ochs a Malvina Reynolds.
Solo nel 1994, trent'anni dopo, De La Beckwith, che oramai aveva 74 anni, è stato nuovamente processato e condannato all'ergastolo (dopo 30 anni vissuti da uomo libero) E' morto in carcere nel 2001.

Evers è stato uno dei tanti, tantissimi, attivisti che hanno speso la loro vita contro il razzismo. Spesso hanno, assieme alle loro famiglie, pagato caramente le loro scelte ma, hanno saputo restituire all'intera Umanità l'orgoglio di essere una grande famiglia, dove non è il colore delle pelle a fare le differenze tra gli uomini ma, il cuore che non ha nessun colore.

martedì 25 aprile 2017

25 aprile 1974, la rivoluzione dei Garofani

Il 25 aprile non è una data di liberazione solo per l'Italia. Quasi tre decenni dopo, esattamente il 25 aprile 1974, segna la fine della dittatura in Portogallo.
Quella che è nota come la Rivoluzione dei Garofani (Revolucao dos Cravos) fu la fine di un lungo (quasi 50 anni) regime dittatoriale fascista in Portogallo iniziato con un golpe il 28 maggio 1926 e fu l'inizio della chiusura di un ciclo buio europeo.
La dittatura portoghese, conosciuta come Estado Novo,  guidata da Antonio de Oliveira Salazar (dal 1932 al 1968) e successivamente da Marcelo Caetano (1968-1974), fu caratterizzata da una forte limitazione delle libertà individuali, da una dichiarata ideologia fascista e anti-socialista e dall'azione della polizia politica PIDE che ebbe il compito di perseguitare gli oppositori con arresti arbitrari, torture e uccisioni.

La Rivoluzione dei Garofani (il cui nome si deve ad un gesto di una fioraia che iniziò a regalare garofani ai militari che poi vennero messi nelle canne dei fucili) iniziò nel 1973 con la nascita del Movimento delle Forze Armate (MFA) composto da ufficiali subalterni (quasi tutti capitani) contrari alle politiche governative e con idee di sinistra. Dopo un tentativo fallito il 16 marzo 1974, poco dopo la mezzanotte del 25 aprile l'operazione scattò con l'arresto di alcuni ufficiali e l'occupazione di aeroporto, prigione politica e televisione di stato.

Fu un colpo di stato anomalo, perché vi fu l'immediato appoggio della popolazione che in massa scese in piazza (nonostante gli inviti a rimanere a casa) e affiancò i militari del MFA.
Le forze lealiste ebbero una timidissima reazione e il golpe causò solo 4 morti.

Il processo di transizione democratico (che durò 2 anni) ebbe inizio, con la liberazione dei prigionieri politici, con il ritorno degli esiliati e con i festeggiamenti del 1 maggio, per la prima volta svolti in modo legale.

L'effetto della rivoluzione dei Garofani fu anche di grande impatto nelle storia delle colonie portoghesi in Africa. In poco tempo infatti le 4 colonie lusofone in Africa (Angola, Mozambico, Guinea Bissau e Capo Verde) ottennero l'indipendenza dopo anni di lotta per la liberazione.
Il 10 settembre 1974 fu la volta della Guinea Bissau (che già il 24 settembre  1973 aveva dichiarato unilateralmente l'indipendenza), il 5 luglio 1975 fu Capo Verde a raggiungere l'indipendenza, il 16 settembre divenne indipendente il Mozambico e infine l'11 novembre 1975 fu la volta dell'Angola.

La caduta del fascismo in Portogallo segnò anche la fine dei regimi totalitari in Europa Occidentale, infatti poco dopo fu la Grecia dei colonnelli a doversi arrendere alla democrazia e infine, l'anno dopo, con la morte di Franco, anche la Spagna entrò a far parte delle democrazie europee. Si chiudeva così, con grande sacrificio di vite umane, quell'onda fascista europea iniziata negli anni '20 e durata per oltre 5 decadi.